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SISTEMATICA Elenco
dei lavori disponibili
Aspetti genetici dell'alcolismo
Francesco Ulanio
Scuola di Specializzazione in Tossicologia Medica
Dipartimento di Fisiologia Umana e Farmacologia
Università di Roma "La Sapienza"
Indice
- Introduzione
- Il ruolo dei fattori genetici
- Genetica dei sistemi neurotrasmettitoriali
- Genetica del metabolismo dell’etanolo
- Conclusioni
- Bibliografia
- Tabelle
1. Introduzione
L’alcolismo è attualmente definito come un disturbo a
genesi multifattoriale (bio-psico-sociale) associato all’assunzione
problematica (episodica e/o cronica) di bevande alcoliche, con presenza
o meno di dipendenza, capace di provocare una sofferenza multidimensionale
che si manifesta in maniera diversa da individuo ad individuo (prima
Consensus Conference Italiana sull’Alcolismo)(1).
La prevalenza dell’alcolismo e l’incidenza delle sue conseguenze
sanitarie nel mondo occidentale, in generale, ed in Italia, in particolare,
sono riassunte nelle tabelle 1 e 2.
Nel nostro paese il problema alcol, in tutte le sue dimensioni, interesserebbe
direttamente circa 2 milioni di individui; inoltre, considerando che
l’alcolismo è comunque una malattia “sociale”,
il numero delle persone coinvolte indirettamente, come ad esempio i
familiari dei soggetti alcolisti, salirebbe a circa 4 milioni. Questi
dati rendono conto delle dimensioni del fenomeno e delle implicazioni
sociosanitarie che esso comporta. La possibilità di individuare
precocemente i soggetti a rischio di alcolismo è quindi fondamentale
per approntare strategie in grado di ridurre il peso sociosanitario
dell’alcolismo. In questa rassegna sono riassunti i risultati
degli studi indirizzati a chiarire le componenti eredo-familiari dell’alcolismo
2. Il ruolo dei fattori genetici
2.1 Studi epidemiologici
Il primo studio condotto con l’intento di indagare le componenti
genetiche dell’alcolismo ha preso in considerazione l’incidenza
di questa patologia in un gruppo di soggetti adottati in tenera età,
i cui genitori biologici o i genitori adottivi erano affetti da alcolismo.
I risultati evidenziavano una maggior incidenza dell’alcolismo
nei soggetti i cui genitori biologici erano alcolisti rispetto ai soggetti
con genitori adottivi alcolisti(7). Gli
stessi risultati furono confermati qualche anno più tardi su
campioni di popolazione differenti per dimensione e nazionalità(8,9).
Sulla base di questi risultati Cloninger e collaboratori hanno proposto
l’esistenza di due differenti tipi di alcolismo(10,11,12)
(tabella 3).
Verso la fine degli anni 70, altri ricercatori si dedicarono ad individuare
la presenza di caratteristiche comuni tra il genitore alcolista e i
figli considerati soggetti a rischio. Concentrarono la loro attenzione
su markers elettrofisiologici, dando inizio a studi pionieristici, che
portarono a interessanti risultati(13,14).
Mediante tecniche che permettevano di rilevare i potenziali cerebrali
che insorgevano in seguito a stimoli ambientali o a processi mentali,
fu notata una riduzione marcata dell’ampiezza di un’onda
detta P300 (così chiamata in quanto compare 300 ms dopo l’applicazione
dello stimolo), in soggetti con padre alcolista, ma che non avevano
mai fatto uso di alcol o sostanze d’abuso. La stessa alterazione
fu evidenziata in soggetti alcolisti astinenti. Quando invece questo
test fu applicato a soggetti alcolisti parimenti astinenti ma con un
rilievo anamnestico familiare negativo per alcolismo, l’onda P300
risultò perfettamente normale. I ricercatori conclusero che l’alterazione
non dipendeva dall’assunzione cronica di alcol, ma preesisteva,
quindi probabilmente era dovuta a differenze genetiche oppure a patologie
acquisite ma preesistenti allo sviluppo dell’alcolismo. La possibilità
di usare le alterazioni dell’onda P300 come marker di maggior
rischio di sviluppare alcolismo è ancora oggetto di studi. In
un recente lavoro condotto su gemelli mono e dizigoti, nei quali i disturbi
correlati all’assunzione di alcol erano presenti in entrambi i
gemelli o solo in uno, è stato confermato il valore della alterazione
elettrofisiologica. Infatti nei gemelli monozigoti e non nei dizigoti,
era riscontrabile l’alterazione dell’onda P300, a prescindere
dalla presenza o meno, in entrambi i fratelli o solo in uno, dei disturbi
correlati all’assunzione di alcol(15).
Lo stesso markers elettrofisiologico è stato indagato in corso
di astinenza, ed è stata riscontrata una ridotta latenza probabilmente,
come ipotizzato, determinata dalla diffusa attivazione del SNC in corso
di astinenza. L’esatta natura di questo segno clinico è
ancora da determinare(16).
2.2 Studi sperimentali
La prima evidenza sperimentale di un coinvolgimento genetico nello sviluppo
dell’alcolismo risale al 1977 quando Li(6)
e collaboratori selezionarono, dopo diversi incroci, due ceppi di topi,
di cui uno aveva la caratteristica di prediligere l’assunzione
di soluzioni alcoliche, di essere facilmente addestrabile all’autosomministrazione
di tali soluzioni e di sviluppare tolleranza e dipendenza all’alcol
(ceppo P), mentre l’altro ceppo non possedeva le caratteristiche
suddette (ceppo NP). L’ovvia impossibilità di condurre
studi di breeding (selezione del ceppo) nell’uomo ha impedito
di verificare direttamente nell’uomo quanto osservato nel topo,
ma il modello animale forniva comunque risultati congrui con quelli
ottenuti con gli studi epidemiologici precedentemente descritti. Essi
infatti confermavano la presenza di fattori ereditabili in grado di
favorire l’assunzione patologica di alcol.
Altri studi sull’aspetto genetico dell’alcolismo, condotti
nella seconda metà degli anni ’80, hanno evidenziato una
diversa suscettibilità agli effetti dell’alcol nei ceppi
di topi preferenti rispetto ai non-preferenti. In particolare fu notata,
dopo assunzione di una uguale dose di etanolo, una maggior capacità
di mantenere la coordinazione motoria per il ceppo P rispetto al ceppo
NP. Ciò suggeriva che i topi alcol-preferenti sono, in qualche
modo, più protetti nei confronti degli effetti tossici acuti
dell’alcol stesso(17).
Questi risultati hanno trovato significative convergenze con quanto
osservato nell’uomo(18,19).
I ricercatori compararono, rispetto agli effetti provocati dall’alcol
(circa tre unità alcoliche assunte in rapida successione), due
gruppi di soggetti di sesso maschile non alcolisti che differivano per
la presenza o meno di storia familiare positiva per alcolismo. La valutazione
degli effetti era ottenuta chiedendo ai soggetti di descrivere le loro
sensazioni, sia positive che negative. I soggetti con anamnesi familiare
positiva per alcolismo riferirono una minore intensità di sensazioni
sia positive sia negative, rispetto a quelli con anamnesi familiare
negativa per alcolismo. In altre parole, i primi sembravano meno sensibili
dei secondi agli effetti dell’alcol. In un ulteriore studio gli
stessi ricercatori riproposero l’esperimento variando, e rendendolo
più oggettivo, il modo di rilevare gli effetti atassici dell’assunzione
di alcol. Anche in questo caso fu notato un ridotto grado di atassia
nei soggetti con familiarità positiva per alcolismo rispetto
ai soggetti con familiarità negativa. L’interpretazione
degli autori poneva l’accento sul fatto che, essendo i soggetti
con familiarità positiva più resistenti agli effetti acuti
dell’etanolo, essi tendono a diventare più facilmente abusatori
e successivamente alcol-dipendenti.
3. Genetica dei sistemi neurotrasmettitoriali
3.1 Sistema dopaminergico
L’evidenza di una familiarità per l’alcolismo
ha stimolato la ricerca della sua base genetica. Blum e collaboratori
sono stati tra i primi ad iniziare studi di genetica molecolare utilizzando
la tecnica definita Analisi Dei Polimorfismi Di Restrizione (RFLP)(20).
Questa tecnica permette di scoprire o identificare un gene o i geni
responsabili di un dato fenotipo. Il materiale genetico oggetto di studio
fu prelevato dal cervello sia di soggetti deceduti a causa di una grave
forma di alcolismo, nell’ipotesi che essa rappresentasse una forma
genetica “pura” della malattia, sia di soggetti non alcolisti.
Lo studio era eseguito “in cieco”, prevedendo di compiere
prima la ricerca dell’ipotetico polimorfismo dei frammenti di
restrizione e, successivamente, di verificare la provenienza dei campioni.
Furono usati enzimi di restrizione e sonde specifiche per i vari sistemi
neurotrasmettitoriali che si ritiene siano coinvolti nei processi motivazionali.
I ricercatori ottennero dei diversi assetti genetici solo utilizzando
la sonda del gene che codificava per il recettore D2 della dopamina
(DRD2), presente sul cromosoma 11. I risultati dello studio evidenziarono
due diversi assetti dei frammenti di restrizione. Uno caratterizzato
da tre bande (allele A1), l’altro da due (allele A2). Quando verificarono
la provenienza dei campioni, i ricercatori riscontrarono la presenza
del polimorfismo a tre bande nel 72% dei soggetti alcolisti e due bande
nel 77% dei soggetti non alcolisti. L’ipotesi dei ricercatori
fu quella di aver scoperto una variante allelica anomala del gene del
recettore DRD2 della dopamina associata a forme gravi di alcolismo.
I dati sperimentali sembravano fornire la conferma più persuasiva
che alcune anomalie genetiche nelle aree cerebrali coinvolte nei processi
motivazionali sono responsabili di almeno una forma di alcolismo. I
ricercatori a questo punto cercarono di correlare l’anomalia genetica
con qualche alterazione neurofisiologica. Fu riscontrato nel cervello
di soggetti con variante allelica A1 una riduzione del 30% dei recettori
per la dopamina rispetto a quelli che presentavano la variante A2. La
conclusione fu che l’allele A1 determina una minor sintesi dei
recettori D2. Il ruolo che la dopamina ha nella reazione allo stress
(aumento del tono dopaminergico) spiegherebbe perché i soggetti
con variante allelica A1 sono più frequentemente soggetti a reazioni
negative dopo eventi stressanti. Per questo il soggetto cercherebbe
sostanze, come l’alcol, capaci di aumentare il tono dopaminergico,
sviluppando quindi comportamenti abnormi di ricerca del piacere. L’effetto
ottenuto non sarebbe quello desiderato, a causa di una ridotta concentrazione
di recettori DRD2 nelle sinapsi. Blum ha denominato questo concetto:
ipotesi stress-dopamina-genotipo della dipendenza.
Questa ipotesi ha ricevuto un certo sostegno dall’osservazione
che il punteggio in un questionario per l’alcolismo non cambia
in funzione dello stress in soggetti A2A2, aumenta marginalmente in
quelli A1A2 e incrementa marcatamente negli A1A1(21).
Sfortunatamente, altri studi non hanno confermato l’associazione
tra la variante allelica A1 e l’alcolismo proposta da Blum e collaboratori(22).
Probabilmente la linea di ricerca suesposta ha bisogno di un ulteriore
approfondimento perché i suoi risultati possano essere inseriti
nella complessa rete neuropsicologica che porta allo sviluppo dell’alcolismo.
3.2 Sistema Serotoninergico
Le più recenti ricerche in materia di genetica dell’alcolismo
si sono incentrate sul ruolo del sistema serotoninergico nel determinismo
della patologia. La serotonina è coinvolta in diverse funzioni
del SNC, tra cui la regolazione del tono dell’umore, l’appetito
e il mantenimento del ciclo sonno-veglia. Già negli anni ’80
studi preclinici ponevano l’accento sul coinvolgimento del sistema
serotoninergico nella patogenesi dei disturbi alcol-correlati. In questi
studi(23), effettuati su ceppi di ratti
alcol-preferenti, si era constatato come la quantità di etanolo
assunto diminuiva per somministrazione intracerebrale sia di serotonina
o di suoi precursori, sia di inibitori del suo reuptake o di agonisti
dei suoi recettori post-sinaptici. Successivi studi(24)
hanno dimostrato che alterazioni farmacologiche del sistema serotoninergico
determinano variazioni del meccanismo di rinforzo di diverse sostanza
d’abuso. Più specificamente, è stata evidenziata
un’associazione tra le alterazioni del sistema serotoninergico
e l’alcolismo di tipo II, quest’ultimo, come già
ricordato, caratterizzato da una maggior gravità della patologia
e da un precoce esordio della stessa. Già studi condotti negli
anni’80 ipotizzavano questa associazione, evidenziando un rapporto
inverso tra il tono serotoninergico nel SNC da un lato e depressione
dello stato dell’umore ed aggressività dall’altro(25).
Più recenti studi(26,27)
hanno ulteriormente confermato il coinvolgimento della serotonina nel
determinismo del sottotipo II (a precoce insorgenza) dell’alcolismo,
associato a comportamenti di aggressività e personalità
antisociale.
L’esatta natura della relazione tra la serotonina e l’alcolismo
non è stata ancora chiarita. Una possibilità è
che gli alcolisti siano fisiologicamente deficienti nel contenuto di
serotonina e che l’assunzione cronica di alcol sia un tentativo
(automedicazione) di aumentare la serotonina intracerebrale. Alternativamente,
è possibile che il deficit di serotonina porti a comportamenti
impulsivi, determinando l’incapacità a controllare l’assunzione
di alcol(28).
Attualmente, un ruolo primario nel determinare maggiore o minor attivazione
del sistema serotoninergico nel SNC è attribuito alle diverse
isoforme del trasportatore presinaptico della serotonina (5-HTT). Questa
proteina ha il ruolo di ricaptare il neurotrasmettitore dopo il rilascio
nello spazio sinaptico, quindi in definitiva di determinare il tempo
di azione della serotonina sui propri recettori.
Considerando quanto sopra detto circa la possibilità del coinvolgimento
della serotonina nello sviluppo dell’alcolismo, la ricerca si
è orientata verso l’individuazione di una associazione
statisticamente significativa tra alcolismo di tipo II e la presenza
di una delle due forme alleliche con le quali si presenta il gene che
codifica per il trasportatore della serotonina. Indagini condotte qualche
anno fa mediante studi con PET (Tomografia ad Emissione di Positroni),
hanno evidenziato una diminuita disponibilità di trasportatore
nei soggetti alcolisti rispetto ad individui sani(29).
Considerando che il sito d’azione degli antidepressivi denominati
SSRIS (inibitori specifici del reuptake della serotonina)
risiede proprio su questo trasportatore, la sua ridotta disponibilità
potrebbe spiegare la contraddittoria risposta che farmaci SSRIS
mostrano nel trattamento dell’alcolismo, come evidenziato in alcuni
trials clinici(30,31).
Il 5-HTT è codificato da un singolo gene denominato SLC6A4, localizzato
sul cromosoma 17q11.1-17q12. Tale gene, la cui attività trascrizionale
è regolata da uno specifico promotore(33),
è costituito da 14 esoni della lunghezza di circa 35 kb(32).
Per il 5-HTT sono stati individuati due diversi polimorfismi: il primo
di questi si trova nell'introne 2 e consiste di un numero variabile
di ripetizioni in tandem con un segmento di 17 bp(34).
Il secondo è stato localizzato in una sequenza ripetuta in posizione
5' in prossimità del promotore e consiste in un'inserzione o
delezione di un tratto di 44 bp. Le varianti di questa regione sono
state indicate come 5-HTTLPR (5-HTT-linked polymorphic region) l (long)
ed s (short) ed è stato dimostrato che influenzano la trascrizione
del gene. In particolare la variante l del promotore ha una attività
tre volte maggiore della variante s(35).
Una associazione tra la variante s della regione 5-HTTLPR e l’alcolismo
di tipo II è stata osservata nello studio condotto da Hallikainen
et al(36). In questo studio sono stati
reclutati 219 soggetti, di cui 114 rispondevano ai criteri diagnostici
del sottotipo I di alcolismo, cioè tardivo nell’esordio
e non associato a tratti di personalità antisociale e violenta,
mentre 51 soddisfacevano i criteri diagnostici dell’alcolismo
di tipo II, cioè a precoce insorgenza e associato a personalità
violente ed antisociali; 54 soggetti sani erano utilizzati come controllo.
L’analisi genetica ha evidenziato la presenza della variante s
della 5-HTTLPR nel 53% dei soggetti appartenenti al gruppo corrispondente
ai criteri dell’alcolismo di tipo II contro il 40% nel gruppo
dell’alcolismo tipo I e 33% nel gruppo dei soggetti sani. Altri
studi hanno confermato questa associazione(37,38).
Al contrario, Jorm et al(39), su un campione
di 759 soggetti rappresentativi della popolazione generale, non hanno
evidenziato alcuna associazione tra l’allele s e tratti di personalità
patologici e/o l’abuso di alcol. Risultati negativi sono stati
ottenuti anche da Kranzler et al(40) in
uno studio finalizzato ad evidenziare una possibile associazione tra
le due varianti della regione 5-HTTLPR e tre diversi tipi di alcolismo
selezionato in base all’associazione con il sesso dei soggetti,
con altre dipendenze da sostanze d’abuso e con la precoce o tardiva
età d’insorgenza dell’alcolismo. In questo studio
non sono state infatti evidenziate associazioni statisticamente significative
con la variante s per i tre gruppi considerati. E’ evidente quindi
che anche nel caso della serotonina, ulteriori ricerche sono necessarie
per chiarire il suo contributo alla genetica dell’alcolismo.
3.3 Sistema oppioidergico
Il tentativo di spiegare il substrato neuropsicologico della propensione
ad assumere alcol da parte dei ceppi di roditori preferenti l’alcol(41,42),
ha portato all’inizio degli anni’90 ad indagare il ruolo
in tale preferenza del sistema oppioide endogeno, considerato il sistema
predisposto per lo sviluppo del craving(43).
La somministrazione di etanolo in topi selezionati in quanto high alcohol
preferring rispetto a quelli low alcohol preferring determinava diverse
risposte del sistema oppioide endogeno: nei topi che preferivano l’alcol
vi era una risposta, misurata in termini di beta-endorfina ipotalamica,
più intensa rispetto ai topi che non preferivano l’alcol.
Più recenti ricerche su ratti preferenti l’alcol(44,45)
hanno evidenziato come le differenze comportamentali nei confronti dell’etanolo
possano dipendere, almeno in parte, da una innata differenza del sistema
oppioide endogeno. Questa differenza fu attribuita a un diverso assetto
del sistema oppiode endogeno, geneticamente determinato.
I dati ottenuti utilizzando modelli animali sono stati negli ultimi
anni estesi anche all’uomo(46,47,48,49).
I risultati di questi studi, anche se non ancor definitivamente accettati,
indicano nel sistema oppioide uno dei sistemi che controllano il craving
per l’alcol, possibilmente attraverso una modulazione della risposta
allo stress, fattore spesso chiamato in causa nella eziopatogenesi dei
disturbi alcohol-correlati. Tenuto conto che il sistema oppioide ha
funzioni inibitorie sull’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA),
soggetti con un basso tono oppioide endogeno avrebbero una aumentata
risposta a stimoli stressogeni. Questo potrebbe indurre tali soggetti
ad assumere alcol per utilizzarne le capacità inibitorie sull’HPA,
in un tipico comportamento di automedicazione empiricamente appreso.
La possibilità di un diverso assetto oppioide geneticamente determinato
spiegherebbe, almeno in parte la componente genetica dell’alcolismo.
4. Genetica del metabolismo dell’etanolo
Di tutte le linee di ricerca indirizzate alla verifica della presenza
di un carattere geneticamente determinato, correlabile con il rischio
di sviluppare comportamenti di abuso/dipendenza nei confronti dell’alcol,
quella sui polimorfismi genetici degli enzimi deputati al metabolismo
dell’etanolo sembra al momento avere fornito i risultati più
attendibili, ancorché non definitivi. Questi enzimi sono presenti
principalmente nel fegato e sono l’alcol-deidrogenasi (ADH), l’acetaldeide-deidrogenasi
(ALDH), localizzati nel citoplasma, ed il citocromo P450 (CYP2E1), localizzato
nel reticolo endoplasmatico liscio.
4.1 Alcol-deidrogenasi
L’enzima è rappresentato da una proteina dimerica,
le cui subunità sono codificate da una famiglia di geni localizzata
sul cromosoma 4. Come riassunto nella tabella 4,
esistono diverse classi di ADH suddivise in base alle due subunità
che costituiscono l’enzima(50). Il
ruolo del polimorfismo dell’ADH nello sviluppo dell’alcolismo
non è ancora totalmente definito. Il fenotipo ADH2 è presente
nel 10-20% delle popolazioni nordeuropee, mentre è rappresentato
nel 90% delle popolazioni orientali. Questo enzima è caratterizzato
da elevata Vmax, quindi ha una elevata efficienza catalitica nel trasformare
l’alcol in acetaldeide, fattore patogenetico dell’aumentato
rischio di pancreatite cronica e di carcinoma esofageo.
Il genotipo ADH3 è invece maggiomente espresso in popolazioni
caucasiche rispetto alle popolazioni orientali. Esiste una significativa
correlazione tra la presenza di questo genotipo e l’aumentato
rischio di insorgenza di tumori della testa e del collo(51).
Entrambi i genotipi, ADH2 ed ADH3, sono coinvolti nell’aumentato
rischio di sviluppare alcolismo, nelle popolazioni dove sono maggiormente
rappresentati(52).
4.2 Aldeide deidrogenasi
L’enzima catalizza la reazione che determina la formazione
di acido acetico dall’acetaldeide. In natura esistono diversi
isoenzimi(50), codificati da diversi geni,
che differiscono tra loro per mobilità elettroforetica, proprietà
cinetiche e localizzazione cellulare e tessutale. Per quanto riguarda
l’enzima umano, esistono 9 diverse famiglie (ALDH 1-9) rappresentate
a loro volta da diversi isoenzini.
Tutte le famiglie enzimatiche sono state caratterizzate da un punto
di vista biochimico- tessutale, ma una loro completa trattazione esula
dagli scopi del presente articolo. L’unica famiglia coinvolta
geneticamente nell’alcolismo sembra essere la ALDH2, che è.
presente nell’uomo con 4 diverse varianti alleliche(1-4).
La variante 2, caratterizzata da una bassa attività catalitica,
è presente nel 50% delle popolazioni asiatiche. Questa variante
allelica sembra avere un ruolo protettivo nei confronti dell’alcolismo(53).
Avendo una bassa attività catalitica, determinerebbe infatti
l’accumulo di acetaldeide con conseguente rapida comparsa di assai
spiacevoli vampate al volto. Insomma, assumendo alcol, questi soggetti
vanno incontro ad una spontanea sintomatologia simil-antabuse, tale
quindi da scoraggiare l’ulteriore assunzione di etanolo.
5. Conclusioni
Sulla base dei dati attualmente disponibili, sembra ormai accertata
la presenza di determinanti genetici nella patogenesi dell’alcolismo.
La possibilità di identificare i diversi fattori che contribuiscono
all’insorgenza dei disturbi alcol-correlati, potrebbe portare
in futuro ad identificare diversi sottotipi di alcolismo, con un’eventuale
classificazione basata su fattori più oggettivi (es: presenza
o assenza di una mutazione specifica) che osservazionali (come nella
distinzione che attualmente esiste). Dalla conoscenza dell’eziopatogenesi
dell’alcolismo deriverebbero notevoli vantaggi terapeutici, in
quanto potrebbero essere proposte terapie ad hoc con risultati migliori.
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7. Tabelle
T abella1: Prevalenza dell’alcolismo(2,3,4,5)
Popolazione generale
Del mondo occidentale |
5-15% |
Popolazione ospedalizzata
negli Stati Uniti |
20-40% |
Popolazione ospedalizzata
in Italia |
27,5% |
Tabella 2: alcolismo in Italia (1993)(5)
Popolazione adulta affetta da
Patologie e Problematiche Alcol-Correlate (PPAC) |
10-15% |
Ricoveri ospedalieri
correlati a PPAC |
5% |
Pensioni d’invalidità
concesse per PPAC |
5% |
n° di decessi annui
per PPAC |
20000-40000
|
Tabella 3: Tipi di alcolismo
Tipo I
Induzione dell’alcolismo
con prevalenza di
fattori ambientali |
E’ il tipo più comune, si manifesta sia
nei maschi che nelle femmine, determinato da fattori genetici ed
ambientali. Spesso non si presenta in forma grave, e non richiede
trattamento. In questo tipo di alcolismo, l’abuso tende a
manifestarsi generalmente ad un’età superiore a 25
anni. |
Tipo II
Induzione dell’alcolismo
con prevalenza di
fattori genetici |
Geneticamente determinato, si manifesta prevalentemente
nei maschi. Presenta una minor prevalenza rispetto al tipo I ed
è caratterizzata da notevole gravità, con esordio
prima dei 25 anni d’età. E’ associato a disturbo
antisociale di personalità, storia di violenza e criminalità
in età precoce. |
Tabella 4: polimorfismo dell’alcol-deidrogenasi

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