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SISTEMATICA Elenco
dei lavori disponibili
CLUB DRUGS: la ketamina
Marco Borghesan, Luana Oddi e Manuela Graziani
Dipartimento di Fisiologia Umana e Farmacologia
Servizio Speciale Antidroga
Università “La Sapienza” e Policlinico “Umberto
I” - Roma
Indice
- Introduzione
- Epidemiologia
- Farmacocinetica e farmacodinamica
- Effetti acuti
- Near-Death Experience (NDE) e ketamina
- Ketamina e psicosi
- Conclusioni
- Bibliografia
Introduzione
La ketamina, 2-O-clorofenil-2metilamino cicloesanone, derivato della
fenciclidina (PCP), è un anestetico generale, antagonista non
competitivo dei recettori NMDA con proprietà psicotrope. È
definibile come un anestetico “dissociativo”(1):
la sua azione anestetica deriva infatti dalla sua capacità di
indurre uno stato di amnesia e perdita di risposta agli stimoli dolorosi,
in assenza di perdita di coscienza(2). Fu
proprio nell’ambito del suo uso clinico come anestetico che emersero
le proprietà psicotrope della ketamina: fu infatti evidenziata
una reazione post-anestetica (fenomeno di emersione) caratterizzata
da stato confusionale ed allucinazioni, comunque suscettibile al trattamento
con diazepam. Questi effetti avversi limitarono l’uso clinico
della ketamina all’ambito pediatrico, nonché alla medicina
veterinaria.
Negli anni ’80 la ketamina iniziò ad essere utilizzata
nel mondo dei clubs proprio in conseguenza della sua capacità
di indurre allucinazioni ed esperienze “extra-corporee”.
Essendo una molecola la cui sintesi clandestina risulta difficoltosa,
la principale fonte di immissione nel mercato deriva da furti in ospedali
veterinari. I nomi di strada usualmente usati per definirla sono K,
Special K, Vitamina K, Superacido(1,3).
Epidemiologia
La ketamina fa parte della categoria delle cosiddette “club
drugs”, sostanze, come la MDMA (3,4-metilen diossimetamfetamina
o Ecstasy) o il GHB (acido gamma-idrossibutirrico o Ecstasy
liquida) che vengono prevalentemente utilizzate in contesti di socializzazione
giovanile come parties, discoteche, raves. Una ricerca
effettuata nel 1997(4) nel Regno Unito,
evidenziò, in soggetti di età compresa tra 16 e 29 anni
che utilizzavano club drugs, che ben il 91% erano abituali
frequentatori delle discoteche, e tra questi il 33% dichiarava l’uso
di ketamina.
La modalità di assunzione più diffusa (via orale o intranasale)
e le circostanze di utilizzo (in gruppo) contribuiscono a far credere
ai consumatori (prevalentemente giovani) che il rischio connesso all’uso,
anche saltuario, di tali sostanze, sia pressochè inesistente(3,4).
Ciò sembrerebbe confermato dalla rarità dei decessi attribuibili
all’uso di ketamina (non combinato con altre sostanze)(5).
Degli 87 decessi segnalati nella città di New York durante il
2000 ed attribuiti inizialmente ad essa, nessuno si è poi dimostrato
essere causato dalla sola ketamina(6). I
maggiori fattori di rischio per gli utilizzatori non derivano tanto
dagli effetti tossici della sostanza, quanto dal consumo in luoghi non
sicuri: la ketamina lascia l’utilizzatore in uno stato di confusione
mentale da cui possono derivare incidenti anche mortali (annegamenti,
incidenti stradali, cadute)(7).
Uno studio di recente pubblicazione(4) realizzato
nella città di Sidney, fornisce dati interessanti circa la tipologia
prevalente del consumatore di ketamina: tra i cento soggetti intervistati
il 70% era di sesso maschile in media di circa trent’anni; il
40% risultava essere omosessuale ed il 46% in possesso di laurea. Il
primo contatto con la sostanza era avvenuto intorno ai 25 anni. La via
di assunzione più diffusa risultava essere quella nasale (82%),
seguita dalla via endovenosa (11%), intramuscolare (4%) ed orale (3%).
Il 25% del campione esaminato riferiva di preferire l’utilizzo
della sola ketamina: il 71% utilizzava contemporaneamente Ecstasy,
il 62% l’MDA e il 50% dei partecipanti anfetamina, il 49% la cannabis,
ed in percentuale decrescente cocaina, nitrito d’amile, LSD e
GHB. Il contemporaneo uso di bevande alcoliche era riferito dal 67%
del campione esaminato. I consumatori dichiaravano di assumere la sostanza
a causa della sua capacità di indurre alterazioni sensoriali
(78%), esperienze extracorporee (52%), rush euforico (50%).
Gli intervistati riferivano inoltre che la peggior cosa che potesse
loro accadere durante l’uso era un K-hole (45%) (vedi
paragrafo ”effetti farmacologici”), mentre solo il 35% era
preoccupato dei rischi di salute connessi all’utilizzo.
Come per altre club drugs, è stata evidenziata una correlazione
tra uso di ketamina e comportamenti sessuali a rischio(8):
tale correlazione risulta ulteriormente significativa tra gli abituali
frequentatori dei raves(1). È
noto infatti che questo tipo di sostanze, proprio per la loro capacità
di indurre disinibizione e amnesia retrograda, favoriscono i comportamenti
sessuali a rischio(3).
Farmacocinetica e farmacodinamica
La ketamina può essere assunta per via endovenosa, intramuscolare,
nasale ed orale (anche se l’effetto di primo passaggio epatico
ne riduce notevolmente la biodisponibilità); a volte viene “fumata”
insieme a marijuana o tabacco. La via d’assunzione prevalente
è, come già detto, quella nasale(7):
con questa modalità il picco di concentrazione plasmatica si
raggiunge dopo circa un’ora ma è anticipato a circa 22
minuti(9) se l’assunzione è
per via intramuscolare.
In relazione alla sua elevata lipofilia, la ketamina si distribuisce
rapidamente nell’encefalo e successivamente viene ridistribuita
a organi meno perfusi (i.e. tessuto adiposo), seguendo una cinetica
di distribuzione di tipo bicompartimentale. Il metabolismo epatico conduce
alla produzione di un metabolita attivo, la norketamina. L’escrezione
avviene sia per via urinaria che biliare(2).
L’emivita di eliminazione è approssimativamente di 2 ore(10).
Un particolare aspetto farmacocinetico riguarda l’uso della sostanza
in soggetti HIV positivi in terapia con farmaci ad azione antiretrovirale,
in particolare gli inibitori delle proteasi: questi ultimi infatti inibiscono
il sistema del citocromo CYP450-3A4, implicato nel metabolismo della
ketamina. Pertanto in questi pazienti gli effetti della ketamina risultano
significativamente prolungati(3).
Sono attualmente disponibili test diagnostici di tipo immunologico per
il rilievo dei tassi sierici della ketamina e del suo metabolita attivo
norketamina, anche se tali test possono fornire falsi positivi per reazione
crociata con la PCP(11).
La capacità della ketamina di interagire con molteplici siti
di legame, rende ragione della complessità degli effetti neurofarmacologici
osservati. A livello del sistema nervoso centrale, la ketamina agisce
principalmente come antagonista dei recettori N-metil-D-aspartato (NMDA)
per il glutammato. Più correttamente l’effetto della ketamina
viene definito come inibizione acompetitiva perché il blocco
dei recettori è condizionato dal legame di agonisti endogeni
(per es.glicina)(12), in contrasto con
l’inibizione non-competitiva in cui l’antagonista si lega
al recettore indipendentemente dalla presenza di un agonista. Il particolare
tipo di antagonismo attuato dalla ketamina è conseguente al fatto
che il sito di legame è localizzato all’interno del canale
dei recettori NMDA, per cui la sostanza potrà legarsi solo se
il canale si trova già in uno stato di apertura. Questo tipo
di antagonismo, comune ad altri ligandi del recettore NMDA, come la
PCP, non sembra essere l’unica modalità con la quale la
ketamina interagisce con i suddetti recettori(13).
Da studi attuati con tecniche di patch-clamp, sembra infatti
che la ketamina sia in grado di legarsi anche al canale ionico associato
al recettore dell’NMDA quando questi si trovino nello stato di
chiusura, il che implicherebbe l’esistenza di un sito idrofobico
intramembranario accessibile(13).
La ketamina inoltre interagisce, seppure con legame a bassa affinità(14,15),
con i recettori non-NMDA del glutammato, con i recettori oppioidi, con
i siti di trasporto delle amine simpaticomimetiche e con il sistema
colinergico(16).
In particolare è stata dimostrata(17)
un’azione inibitoria della ketamina sui recettori non-NMDA del
glutammato; come noto, la stimolazione di questi recettori induce un
aumento della sintesi dell’ossido nitrico, molecola quest’ultima
implicata nella percezione del dolore(16).
Pertanto l’inibizione ketamino-indotta della funzionalità
dei recettori non-NMDA sembrerebbe contribuire all’effetto analgesico
del farmaco(18), a cui per altro non può
non concorrere anche l’azione a carico dei recettori NMDA, tenuto
conto che questi recettori sono direttamente coinvolti nella trasmissione
dolorifica a livello spinale. Anche il legame con i recettori oppioidi
(che coinvolge con affinità decrescente i sottotipi mu, kappa
e delta) sembrerebbe contribuire, seppure con un ruolo minore, all’effetto
analgesico della ketamina(19). L’interazione
con i recettori kappa, potrebbe infine contribuire all’insorgenza
degli effetti psicotomimetici della sostanza(16).
La ketamina, attraverso un’azione inibente del meccanismo di re-uptake
delle amine simpaticomimetiche a livello periferico(16,20),
è responsabile dell’aumento del tono adrenergico, ovvero
della sintomatologia cardiovascolare attivatoria.
La ketamina infine agisce in senso inibitorio sul sistema colinergico
con un’azione sia diretta (antagonismo nicotinico e muscarinico)
che indiretta (inibizione NMDA-mediata del rilascio di acetilcolina)(20).
Sono state inoltre descritte interazioni con canali ionici voltaggio-dipendenti
del sodio e del calcio. L’azione inibitoria esercitata sui canali
del sodio sembra contribuire all’effetto anestetico della ketamina,
mentre il blocco dei canali del calcio, osservato in cellule di feocromocitoma
di ratto, potrebbe contribuire all’effetto di vasodilatazione
cerebrale, osservato nei soggetti sottoposti ad anestesia(16).
La ketamina, quale antagonista dei recettori NMDA, è stata studiata
per la sua capacità di inibire l’induzione del long
term potentiation (LTP) , a livello dell’ippocampo, area
implicata nel processo dell’apprendimento(22,23).
Studi effettuati sull’uomo con la PET (Tomografia ad emissione
di positroni) hanno inoltre dimostrato che la ketamina stimola il rilascio
di dopamina a livello del nucleus accumbens (24,
25).
Effetti acuti
Numerosi effetti della ketamina sono dose-relati. Alle dosi più
basse, considerate non allucinogene (0.2 mg/kg), sono riferiti elevazione
del tono dell’umore, sogni piacevoli e spiacevoli, deficit delle
funzioni cognitive, della memoria e dell’attenzione. A più
alte dosi (>= 2 mg/kg, dose considerata allucinogena) vengono descritte
esperienze extracorporee e di premorte(1,26,27).
Più specificamente sono state riferite sensazioni di distorsione
nella percezione della forma e dimensione di parti corporee, della consistenza
del corpo (percezione del proprio corpo come costituito di gomma o,
al contrario, di legno), assenza della percezione del tempo, sensazione
di fondersi con altre persone o oggetti. Il termini K-hole,
in particolare, è stato coniato dagli utilizzatori per indicare
le esperienze soggettive negative sperimentate con l’uso della
sostanza: illusioni ed allucinazioni, depersonalizzazione e derealizzazione,
sono tra gli effetti maggiormente riferiti.
Viene comunque riportata dai soggetti una correlazione fra tipologia
degli effetti soggettivi indotti dalla sostanza e contesto in cui questa
viene assunta: ambienti rumorosi sembrano favorire l’insorgenza
di effetti negativi e per questo alcuni consumatori preferiscono non
utilizzare la sostanza nei raves o nelle discoteche(3).
Un’indagine effettuata in Inghilterra su frequentatori abituali
di discoteche e clubs ha evidenziato che nonostante la crescente
diffusione della ketamina quale “club drug”, solo il 33%
dei soggetti intervistati la consumava nel contesto delle discoteche,
mentre ben il 61% la usava in ambiente domestico(28).
Non sono attualmente disponibili in letteratura dati certi riguardanti
eventuali effetti neuropsicofarmacologici derivanti dall’uso prolungato
della ketamina, ma sono stati comunque segnalati a distanza di giorni
o settimane dall’esposizione acuta alla sostanza sia disturbi
della visione che flashbacks (1).
Oltre ad indurre effetti di tipo psicotropo, la ketamina agisce a livello
del sistema cardiovascolare, in conseguenza della sua già menzionata
azione di attivazione del sistema nervoso simpatico. Nei soggetti anestetizzati
sono stati infatti evidenziati un aumento della frequenza cardiaca,
della gittata e della pressione arteriosa con un picco massimo a 2-4
minuti dopo iniezione ev. Analogo andamento è registrato in riferimento
ai livelli plasmatici di adrenalina e noradrenalina. In relazione al
rilascio di catecolamine nel circolo, dosi anestetiche (3-4 mg/kg im)
di ketamina producono una stimolazione dell’attività respiratoria
e broncodilatazione. Paradossalmente dosi più elevate producono
depressione respiratoria, perdita del riflesso faringeo e, a volte,
apnea(2,29). La ketamina
fa aumentare marcatamente sia il flusso ematico che il consumo di ossigeno
cerebrale provocando un aumento della pressione liquorale.
In uno studio(29) relativo a 20 casi di
intossicazione da ketamina, osservati nei Dipartimenti di Emergenza
dello stato del Connecticut, sono stati descritti i principali sintomi
e segni riferiti dai soggetti intossicati (vedi Tabella
1). In nessuno di questi pazienti furono osservate le complicanze
di comune riscontro in associazione con l’uso di altre sostanze
stimolanti o psicotomimetiche, compresa la PCP, quali aritmie, convulsioni
ed ipertermia. Si sono però registrati due casi di rabdomiolisi
di grado lieve (CPK 200-600 UI/L) (v. anche “L’assunzione
di droghe d’abuso come fattore etiologico di rabdomiolisi”
in http://www.sosdroga.it/sistematica/2002113001/index.htm)
e cinque casi di agitazione severa, comunque ben controllati con somministrazione
di benzodiazepine.
In caso di intossicazione acuta da ketamina il trattamento previsto
è stato di:
- monitoraggio delle funzioni vitali;
- riduzione degli stimoli esterni (mantenere il paziente in un ambiente
tranquillo!) per prevenire e ridurre l’agitazione;
- utilizzo di farmaci sedativo-ipnotici (benzodiazepine);
- somministrazione di fluidi per via endovenosa sino a normalizzazione
dei valori di laboratorio indicativi di rabdomiolisi (CPK, creatininemia,
potassiemia);
- somministrazione di carbone attivo (in caso di sospetta ingestione);
- osservazione del paziente sino ad eventuale normalizzazione dei
parametri vitali
- se il quadro clinico non regredisce entro due ore dall’esordio
sospettare il co-abuso di altre sostanze psicoattive.
Near-Death Experience (NDE) e ketamina
Le NDEs sono tra i fenomeni più interessanti connessi all’uso
di ketamina. Sebbene il termine sia stato coniato nel 1975, fenomeni
di questo tipo sono stati descritti in letteratura sin dalla fine del
1800(30). Il fenomeno della NDE, provocato
dalla somministrazione di 50-100 mg di ketamina per via endovenosa,
è del tutto sovrapponibile ad analoghe esperienze associate ad
alcune condizioni cliniche: ipossiemia, ipotensione cerebrale, ipoglicemia,
epilessia del lobo temporale, etc(33).
Dal punto di vista fenomenologico l’esperienza consiste nella
sensazione di separarsi dal proprio corpo e fluttuare al di sopra di
esso percependo ciò che accade nell’ambiente come un osservatore.
I pazienti riferiscono la sensazione di trovarsi in un “mondo
parallelo” fatto di pace e tranquillità in cui la temporalità
perde di significato. Ring(32) identifica
5 stadi di questo continuum fenomenico: 1) sensazione di pace e gioia;
2) sensazione di distacco dal proprio corpo; 3) rapido movimento attraverso
un tunnel scuro; 4) visione di una luce in fondo al tunnel; 5) immersione
nella luce.
Una rassegna(33) che raccoglie le stime
ad oggi disponibili circa la frequenza di questi fenomeni conclude che
tali esperienze accadono nel 9-18% delle persone ricoverate in unità
di terapia intensiva, sebbene solo una piccola percentuale viva l’esperienza
in maniera completa (out of body experience).
Il meccanismo farmacodinamico cui la ketamina induce tali esperienze
non è ad oggi chiaro, ma si ipotizza che esso sia legato all'azione
antagonista svolta nei confronti del recettore NMDA del glutammato(30).
Ulteriori studi sono necessari per confermare o smentire tale ipotesi.
Senza entrare nel merito delle possibili implicazioni di tipo filosofico
e spiritualistico che le esperienze pre-morte comportano e che trascendono
i nostri interessi, ci pare invece importante fare riferimento all’acceso
dibattito circa il loro inquadramento nosografico: infatti si è
a lungo discusso circa la interpretazione di tale processo, come fenomeno
di depersonalizzazione o di dissociazione. Secondo Greyson(30)
esse rappresentano uno slittamento dell’attenzione dal mondo fisico
verso uno stato di coscienza nel quale la percezione, le funzioni cognitive,
gli stati emozionali e il senso di identità possono essere in
parte o totalmente sconnessi dall’orientamento della coscienza
consapevole. Irwin(34) suggerisce che la
NDE differisce da uno stato di depersonalizzazione in quanto ciò
che si altera non è il senso dell’identità dell’Io,
ma l’associazione di questa identità con la percezione
corporea ed in questo senso la NDE sarebbe da interpretare più
come una dissociazione che non una depersonalizzazione.
Ketamina e psicosi
Numerosi dati clinici(35) e pre-clinici(36)
convergono nell’ipotizzare un coinvolgimento del glutammato nella
patogenesi della schizofrenia (ipotesi dell’ipofunzione dei recettori
NMDA nella schizofrenia)(37). Antagonisti
dei recettori NMDA producono effetti simili ai segni e sintomi della
schizofrenia. Già si era visto che la PCP era in grado di produrre
allucinazioni, delirio, disordini del pensiero, appiattimento emotivo,
deficit cognitivi; in alcuni casi l’ingestione di PCP, rendeva
il soggetto, in genere consumatore abituale, difficilmente distinguibile
da pazienti schizofrenici(38). Rispetto
alla PCP, la ketamina ha effetti meno intensi e prolungati, probabilmente
a causa della minore affinità con cui si lega ai recettori NMDA(39)
e della più breve emivita plasmatica. L’ipotesi della ketamina
quale utile modello farmacologico di psicosi è sostenuta da diverse
osservazioni(40,41).
Studi effettuati su volontari sani(40,41,42),
hanno evidenziato che la ketamina già a dosi subanestetiche produce
sintomi positivi e negativi simili a quelli della schizofrenia, oltre
ad alterazioni delle funzioni cognitive (diminuzione della attenzione,
della memoria e della capacità di giudizio)(41,42,43).
In realtà un recente studio(44),
a conferma di precedenti osservazioni, ha evidenziato una relativa carenza
di sintomi positivi (allucinazioni e delirio) in soggetti sani a cui
veniva somministrata ketamina in dosi superiori a 0,1 mg/kg. Sembrerebbe
pertanto che un’intossicazione acuta da ketamina si accompagni
principalmente ad effetti riconducibili ai deficit cognitivi ed ai sintomi
negativi della schizofrenia (mancanza di motivazioni e appiattimento
affettivo). Ulteriore conferma della validità di tale modello
deriva da uno studio di Curran e Monaghan(9)
che osservarono l’insorgenza di specifici sintomi in pazienti
schizofrenici stabili cronici dopo somministrazione di ketamina. L’importanza
dell’ipotesi glutammatergica, rispetto ad altri modelli fisiopatologici
della schizofrenia, quali l’ipotesi dopaminergica o serotoninergica(40)
(in grado di spiegare soprattutto le forme paranoidee della psicosi
e quindi le manifestazioni positive), risiede nella capacità
di riprodurre con farmaci antagonisti dei recettori NDMA i sintomi negativi
della schizofrenia. Lo spettro degli effetti prodotti dalla ketamina
(in particolare i deficit cognitivi) in soggetti sani, riproduce quelli
osservati nei pazienti con schizofrenia non-paranoidea. Tra l’altro
la somministrazione di agonisti dopaminergici a schizofrenici può
indurre un’eterogenea gamma di sintomi, anche se principalmente,
come detto, di natura paranoidea e la risposta può essere quindi
predittiva di ricadute della malattia in maniera meno sicura rispetto
alla risposta indotta dalla ketamina(42).
La psicosi da ketamina implicherebbe quindi una certa indipendenza dall’iperattivazione
dei recettori dopaminergici(38). In effetti,
la psicosi da ketamina non è migliorata dal trattamento con aloperidolo,
uno dei principali antipsicotici(45).
La patogenesi degli effetti psicotici della ketamina non è stata
ancora definita, anche se da evidenze precliniche sembrerebbe che uno
dei meccanismi principali risieda in una “disinibizione”
del rilascio di glutammato(38,45).
Antagonisti dei recettori NMDA bloccherebbero la stimolazione di neuroni
GABA con conseguente mancata inibizione dei neuroni glutammatergici.
Questa iperattivazione del glutammato sembrerebbe in grado di spiegare
anche fenomeni di neurotossicità(46)
e l’aumentato metabolismo cerebrale successivo alla somministrazione
di ketamina(38). Ulteriori chiarimenti
sull’effettivo ruolo del processo di iperattivazione glutammatergica,
potrebbe avere importanti implicazioni sul trattamento della schizofrenia.
Si è prospettato a tale scopo infatti la possibilità di
ricorrere a farmaci che agiscono come inibitori del rilascio di glutammato
quali la lamotrigina(43), che si è
dimostrata attenuare gli effetti psicotici associati alla somministrazione
di ketamina in soggetti sani.
Conclusioni
Nell’ultima conferenza annuale dell’Osservatorio Europeo
delle Droghe e delle Tossicodipendenze (OEDT:http://europa.eu.int/agencies/emcdda/index_it.htm),
è stato riportato un incremento nella diffusione dell’abuso
di ketamina, quale club drug, in Europa. Simile tendenza si osserva
negli Stati Uniti dove indagini epidemiologiche effettuate in un periodo
compreso tra il 1994 e il 2001 hanno evidenziato un aumento progressivo
nei casi di intossicazione da ketamina osservati nei dipartimenti di
medicina di emergenza, come riportato dalla Drug Abuse Warning Report
(DAWN) (vedi figura 1). Da tali dati emerge
che la ketamina, pur rimanendo una droga poco diffusa, tende ad essere
utilizzata da una percentuale sempre più ampia di giovani, specie
frequentatori di discoteche, il che dovrebbe sensibilizzare la popolazione
verso gli effetti avversi di tale sostanza attraverso adeguate campagne
di informazione.
Tabella 1 – Segni e sintomi
nei consumatori di ketamina.
| SINTOMI DI PRESENTAZIONE |
ESAME OBIETTIVO |
| Sintomi |
Numero (%) |
Segni |
Numero (%) |
| Nessun sintomo |
10 (50%) |
Tachicardia |
12 (60%) |
| Ansia |
8 (40%) |
Alterazione mentale |
6 (30%) |
| Palpitazioni |
3 (15%) |
Disartria |
5 (15%) |
| Dolore toracico |
2 (10%) |
Allucinazioni |
3 (15%) |
| Confusione |
1 (5%) |
Nistagmo |
3 (15%) |
| Vomito |
1 (5%) |
Midriasi |
3 (15%) |
| Perdita di memoria |
1 (5%) |
Ipertensione |
2 (10%) |
* Fonte: Weiner AL. J Em Med 2000; 18 (4) 447-451.
Figura 1
*Fonte: Drug
Abuse Warning Network
Note
- La Fenciclidina venne introdotta in terapia
come anestetico dissociativo negli anni Cinquanta e poi abbandonata
per l’alta incidenza di deliri ed allucinazioni post-operatori(2).
Negli anni Settanta divenne farmaco di abuso, consumato principalmente
in tre modi: inalato, fumato o ingerito. Quando viene fumato può
essere mescolato anche con marijuana. Essendo sotto forma di polvere
viene anche preparato in soluzione per uso iniettivo: gli effetti
di induzione di uno stato confusionale, con possibile deliri e presenza
di allucinazioni possono trapassare in una franca sintomatologia psicotica
di tipo schizofrenico.
- Forma di plasticità neuronale ipotizzata
alla base del processo di memorizzazione e dell’apprendimento.
E’ un fenomeno elettrofisiologico, per il quale l’applicazione
di una breve scarica di stimoli ad alta frequenza ad un neurone postsinaptico
determina un aumento dell’ampiezza dei potenziali eccitatori
del neurone stesso. Il fenomeno è dovuto all’attivazione
dei recettori glutammatergici postsinaptici di tipo NMDA (N-metil-d-aspartato).
In presenza di potenziale di riposo di membrana questi recettori risultano
inattivi poiché il canale è bloccato dalla presenza
di uno ione Mg++. La depolarizzazione della membrana postsinaptica
del neurone glutammatergico successiva ad una breve scarica di stimoli
ad alta frequenza, provoca il distacco dello ione magnesio dal canale
NMDA che risulta quindi attivo e consente i flussi di sodio, potassio
e magnesio(21). L’aumento di Ca++
attiva le chinasi Ca++ -dipendenti nel neurone post-sinaptico
, attivazione alla quale consegue la comparsa di LTP.
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